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mercoledì 28 ottobre 2009

Donne e sviluppo economico

Lunedi' e' stato presentata l'edizione 2009 della
World Survey on the Role of Women in Development (United Nation Division for the Advancement of Women) il cui tema e' il controllo delle donne sulle risorse economiche e sull'accesso alle risorse finanziarie, tra le quali la microfinanza.

Considerato che secondo dati delle Nazioni Unite le donne svolgono circa i due terzi del lavoro globale (pagato e non pagato) e che pero' ricevono solo un decimo del reddito globale e posseggono solo un centesimo della proprieta' (terra, ed altre risorse), si capisce come questo tema sia di fondamentale importanza.

Un punto fondamentale del report e' che " le politiche che rafforzano il controllo delle donne su risorse fondamentali hanno un impatto diretto sull'"empowerment" femminile e anche sui processi di sviluppo. Inserire queste politiche nell'ambito del diritti [umani], assicura che questo controllo [sulle risorse economiche] non sia lasciato alla discrezione ....dello stato, o delle fluttuazioni del mercato, ma sia un diritto dei cittadini" (traduzione mia da qui).


Quiun breve elenco dei punti fondamentali del report.

martedì 27 ottobre 2009

Violenza domestica: ruoli di genere e campanelli

La "White Ribbon Campaign,"
diffusa ormai in circa 55 paesi, tra cui l'Italia, porta avanti attivita' di sensibilizzazione della comunita', lavora nelle scuole con i ragazzini e le ragazzine sulla violenza contro le donne.

Il sito della campagna in Pakistan, per esempio, sottolinea che " gli uomini non nascono violenti", enfatizzando la necessita', anche per gli uomini, di riconoscere che i ruoli di genere sono definiti dalla societa', non sono naturali, e come tali possono essere modificati. Cosi' come le donne faticosamente tentano (e riescono) di liberarsi dalle pressioni sociali che le vogliono di solito madri e mogli, sottomesse, etc. cosi' gli uomini possono combattere gli stereotipi che li vogliono "machi" e violenti.

Anche se non credo sia necessariamente facile lavorare insieme su determinati temi, questo approccio finalmente sposta l'attenzione dalle vittime ai perpetratori di violenza e soprattutto e' un approccio che promette di avere un impatto sul lungo periodo, cambiando le relazioni tra uomini e donne e proponendo un nuovo modello di comportamento per le generazioni future.
I progetti che coinvolgono gli uomini sono relativamente recenti, ed e' ancora difficile valutarne gli effetti, ma sempre piu' attivisti nel campo si stanno orientando verso questa soluzione.

In India, dove circa una donna ogni tre e' vittima di violenza domestica, e' stata recentemente avviata una campagna che prevede il coinvolgimento degli uomini:
Bell Bajao (Ring the Bell!)
Secondo l'articolo India's Domestic Violence Campaign Asks men to be Part of the Solution, la campagna, che si avvale di spots, sito web e leadership trainings, ha il merito di avere come target uomini e donne, puntando ad una maggiore sensibilizzazione al tema della violenza e invitando uomini e ragazzi - come per esempio negli spots - ad intervenire, semplicemente suonando il campanello.

giovedì 22 ottobre 2009

I 30 anni di CEDAW



La Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women (CEDAW) compie 30 anni. In questi anni e' stata ratificata da piu' di 186 stati, e tanto per cambiare, invece di parlare di cio' che non va, concentriamoci su alcune "success stories".

lunedì 12 ottobre 2009

La globalizzazione ci liberera'?

Forse si, forse non tutte. Anche se a me la parola globalizzazione evoca immediatamente visioni di cartelloni della C*ca C*la pure in mezzo alla foresta Amazzonica e spietate multinazionali, gli effetti del fenomeno piu' discusso del secolo possono essere inaspettamente liberatori.

Secondo Barbara Supp, autrice di "Quiet Revolution: Can Globalization help women out of Traditional Roles?" "La globalizzazione supera le barriere culturali e veicola immagini ed idee attraverso la televisione e internet: comporta l'espansione delle conoscenze, persone, beni, denaro e valori. Spesso contrasta arcaiche idee sociali che di fatto cementano l'ineguaglianza tra i sessi. La globalizzazione incoraggia le donne in Yemen a togliersi il velo, e da' alle donne europee potere economico."(Traduzione mia).

Naturalmente e' sempre bene chiedersi quali donne beneficiano e quali invece sono vittime della globalizzazione (e se levarsi il velo sia necessariamente un segnale di liberazione), ma di certo l'articolo esercita il suo fascino, raccontando di donne africane che rompono i ruoli di genere tradizionali e decidono di diventare meccanico, di ricche donne d'affari, di imprenditrici del cosiddetto "Terzo Mondo" che rivendicano piu' spazio e piu' potere.

Ma quali sono stati gli effetti della globalizzazione sulle donne? In generale sembra positivi, ma le donne sono ancora notevolmente svantaggiate: le statistiche danno un'immagine piuttosto fosca, specialmente per determinate parti del mondo.

Tuttavia, un risultato di questa sacrosanta attenzione sulle donne, sui loro problemi e sui loro successi quando vengono loro dati gli strumenti, ha aperto la strada ad un trend incentrato sulla "convenienza" dell'investire sulle donne, e sul circolo virtuoso che si innesca quando vengono dati loro strumenti minimi, come testimonia il peraltro bellissimo "The girl effect" o il discusso articolo "The Women's Crusade" apparso sul NY Times.



Mi sembra che nei dicorsi sul ritorno dell'investimento sulle donne, o sulle bambine, siano usate come risorse da sfruttare, e che si perda la questione fondamentale e politica dell'equita' e uguaglianza tra uomini e donne.

Mandare una bambina a scuola e' giusto prima che utile. Ed il problema non sono (solo) le bambine o le donne e la loro mancanza di istruzione, etc, il problema e' un sistema che privilegia sistematicamente gli uomini e che riproduce questa disuguaglianza.

Mi va benissimo che si raccolgano milioni di dollari a favore delle bambine, ma mi sta meno bene che si presti poca attenzione al perche' sono in questa situazione. la discriminazione non e' una cosa che succede cosi', e' qualcosa di costantemente riprodotto nelle societa' in cui viviamo e la responsabilita' del cambiamento e' di tutti, uomini e donne.

lunedì 14 luglio 2008

Femminismo Vintage: Betty Friedan, carriera e famiglia



Oggi un vero grande classico, infatti Betty Friedan sta alla storia del femminismo statunitense (e non solo) come il soufflé au fromage sta alla tradizione culinaria francese.
Betty Naomi Goldstein in Friedman (1921 – 2006) fu l’attivista statunitense che diede di fatto dato inizio alla second wave del femminismo. Di famiglia benestante, studiò allo Smith College e si laureò in psicologia. All’inizio della sua carriera lavorò come giornalista, scrivendo soprattutto per giornali di sinistra e per pubblicazioni di sindacati.
Nel 1957 decise di tornare alla psicologia e di condurre uno studio sulla vita post college di alcune laureate dello Smith College, indagando soprattutto il grado di soddisfazione nelle loro vite. Da questa ricerca scaturì l’opera per cui Betty Friedan è diventata famosa: the Femminine Mystique (1963) che si trova anche in Italiano: La Mistica della Femminilità.



La parte probabilmente più nota dell’opera intera è quella intitolata “The Problem that has No Name”, dove la Friedan analizza il malessere delle donna media statunitense, che è madre, moglie e angelo del focolare – tutto ciò a cui una donna sana di mente può aspirare secondo la società dei tempi - ma che alla fine è turbata da un sentimento di costante insoddisfazione: il problema che non ha nome. L’opera è ovviamente datata e fa riferimento alla personale e parziale esperienza della Friedman, una donna bianca benestante che vive negli Stati Uniti negli anni cinquanta e sessanta. Infatti una delle maggiori critiche della Feminine Mystique proviene da bell hooks che sostenne che la Friedan rende universale un’esperienza che è invece limitata ad un gruppo privilegiato di donne.

Per esempio la maggioranza delle donne afroamericane, per via del minore status sociale, lavoravano tutte o quasi fuori casa. Inoltre hooks osserva che: “[she] did not discuss who would be called in to take care of the children and maintain the home if more women like herself were freed from their house labor and given equal access with white men to the professions.” (bell hooks, Feminist Theory: From Margin to Center)
Betty Friedan fa riferimento ad un ambiente sociale dove effettivamente ci si aspettava da tutte le donne che impersonassero il ruolo della casalinga soddisfatta, felice di sfornare torte e di aspettare il marito. E, come afferma la Friedan: “If a woman had a problem in the 1950’s and 1960’s, she knew that something must be wrong with her marriage and with herself” (p. 19). Il malessere aumenta in un crescendo, finché si conduce una vita di quieta disperazione.
L’autrice conclude poi il capitolo affermando: “[w]e can longer ignore that voice within women that says: I want something more than my husband and my children and my home” (p.32)

L’impatto dell’opera è stato fenomenale. Per la prima volta si esploravano i limiti ed i costi in termini di disagio psicologico di quello che era fino ad allora considerato come il ruolo femminile per eccellenza e molte donne non solo si riconobbero nelle esperienze descritte dalla Friedan, ma passarono anche all’azione, cercando lavoro fuori di casa ed impegnandosi attivamente nel movimento femminista.

La Friedan fondò poi nel 1966 NOW National Association for Women, ai tempi la più grande organizzazione femminista statunitense. Con NOW la Friedan condusse battaglie soprattutto per promuovere le pari opportunità sul posto di lavoro, la creazione di servizi per l’infanzia, etc.
Parecchie decadi dopo il problema che non ha nome, dopo la tanto sospirata “emancipazione” crediamo giustamente di avere diritto a tutto: famiglia, carriera etc, anche se il sistema sociale – almeno in Italia - è rimasto decisamente indietro, non riuscendo a schiodarsi dall’unico ideale della donna angelo del focolare.

Ma io mi chiedo, essendo in un’età cruciale per eventualmente decidere di avere o non avere una famiglia e di investire o meno in una carriera: quanta strada abbiamo davvero fatto? Siamo più felici, siamo più soddisfatte? Il problema che non ha nome è scomparso o esiste ancora, sotto altre “identità”? Siamo davvero nella condizione di fare quello che desideriamo o solo nella condizione di fare di più?

Alcune risorse:

Young Feminists Take on Work, Family, and the Meaning of Success

Betty Friedan and the Radical Past of Liberal Feminism di Joanne Boucher


Il Paese delle donne su Betty Friedan

Immagini prese su Wikipedia

martedì 1 luglio 2008

Giù le mani dalle cicce!

Quando il mio compagno mi guarda con occhio da triglia e mi dice che se perdessi due chili sarei (ancora più) stupenda io penso al mio ginecologo che mi dice che sono un po’ sottopeso. Potrei scambiare i due; ma se l’idea di giocare al ginecologo con il moroso può essere stuzzicante, l’idea di mettermi nel letto un ginecologo settantenne lo è decisamente meno. Ma non si sa mai.

Tutto questo per introdurre il tema dell’obesità e del “movimento per l’accettazione del grasso” (Fat Acceptance Movement), di cui in Italia non ho per ora trovato tracce, mentre invece nel mondo anglosassone (e negli USA in particolare) il movimento esiste già dagli anni sessanta. E siccome il tema corpo/mass media/pressioni della società è caro al femminismo, e le donne sono sicuramente le più stigmatizzate per il loro peso, cominciamo da chi rivendica il diritto di avere altre forme che non siano quelle filiformi.

I principi base del movimento:

Il movimento per la fat acceptance è impegnato nella decostruzione di “miti” relativi alla correlazione tra obesità e problemi di salute: in particolare, parte degli attivisti impegnati nella fat acceptance dichiarano che essere sovrappeso o obeso/a non voglia dire necessariamente avere problemi di salute. Per esempio il sito della NAAFA - National Association for Fat Advancement sostiene che gli effetti più negativi sulla salute derivano dai vari tentativi di diete, che innescano un effetto yo-yo e che se le persone grasse soffrono di problemi di salute ciò spesso è anche attribuibile al fatto che alcuni medici discriminano le persone grasse. Secondo invece una prospettiva opposta l'obesità rappresenta un costo economico non indifferente. Secondo la World Health Organization Europe in Europa ci sono 400 milioni di persone considerate sovrappeso (BMI 25–29.9) e 130 milioni che vengono classificate come obese (BMI greater than 30). Questa situazione comporta che tra il 2% e l'8% del budget totale per la sanità in Europa venga speso per costi relativi all'obesità. Negli Stati Uniti 58 milioni di persone sono sovrappeso, e 43 milioni sono obese: le spese affrontate dal sistema sanitario ammontavano a circa il 9,1% nel 1998 (Dati CDC )

Lotta contro la discriminazione: dalla misura dei sedili sugli aeroplani all’associazione: grasso/a=lento/a=poco intelligente, gli appartenenti al movimento ritengono (spesso a ragione) che essere obesi sia causa di discriminazione. Secondo uno studio di Kelly Brownell e Rebecca Puhl le persone obese sono discriminate principalmente in tre aree: educazione, lavoro e sanità. Questa entry in un forum fornisce una esauriente prospettiva sul problema in Italiano.

Dieta o non dieta: su alcuni blog c'è una sorta di divieto di parlare di diete, come su Big Fat Blog, mentre su altri il tema viene discusso. La posizione ufficiale di NAAFA scoraggia dall'intraprendere una dieta dimagrante, scagliandosi contro il business che c' è dietro e stabilendo che sebbene le diete siano prescritte per guarire l'obesità, spesso non funzionano e instillano setimenti di inadeguatezza nei pazienti. Naturalmente non ci si scaglia contro diete - intese come regimi alimentari - che sono volte a diminuire colesterolo, zuccheri e che sono prescrittte per specifiche condizioni di salute.
C'è invece una condanna totale per le operazioni di bypass gastrico.

Conclusioni (parziali e provvisorie)

Promuovere l’accettazione del proprio corpo anche quando non corrisponde ai canoni imposti dai mass media o dalla società nel suo complesso è sicuramente un obiettivo importante, e combattere le discriminazioni che una persona può subire a causa del proprio peso è sicuramente un altro obiettivo validissimo. Ma, come osserva Lili-Rygh Glen nel suo articolo "Big Trouble", questo movimento spesso tende a minimizzare e/o a non affrontare il problema dei disordini legati al cibo che possono portare all’obesità.

La necessità di promuovere l’idea che essere grassi/e non significhi essere malati/e, e che dobbiamo rielaborare la nostra concezione di cosa significhi essere sani, porta ad ignorare i problemi di chi invece all’interno del movimento è grasso/a perchè è malato/a. Inoltre, almeno sul sito del NAAFA, i disordini alimentare vengono collegati principalmente all’abitudine di ricorrere a diete, che certo può rappresentare un fattore scatenante, ma sicuramente non il solo. Infine, l'accettazione può significare a lungo termine che l'individuo non si curi, mentre pare assodato che l'obesità sia connessa ad una moltitudine di malattie.

Infine, penso che in questo senso il movimento per l’accettazione delle persone sovrappeso/obese rappresenti gli stessi problemi che ogni gruppo minoritario (donne, minoranze etniche, etc) ha quando cerca di presentarsi compatto ed unito per combattere contro la maggioranza. La necessità di presentarsi forti, con un programma chiaro e preciso fa sì che la diversità all’interno del movimento venga se non ignorata, almeno condannata al silenzio.

Risorse:

Per scrivere questo post mi sono basata principalmente sull’ottimo articolo Fat Acceptance Movement su Wikipedia che ha una lunga serie di links che si possono esplorare e sull'articolo "Big Trouble" già citato.

Altre fonti consultate (in Inglese):

Sito del NAAFA
Big Fat Blog
Fat Liberation Archives

martedì 24 giugno 2008

Perchè e per come

Chi: Anna H., la mente dietro a Femminismo per tutti. So qualcosa sul femminismo e voglio “evangelizzare” il mondo intero, cominciando dalla blogosfera italiana.

Quando: quando ci si riesce

Come: non svaccando troppo, cercando di dare informazioni interessanti e utili

Per chi: per tutti. Perchè il femminismo è un progetto che benchè spieghi l’oppressione delle donne e la combatta – in realtà lotta per l’emancipazione dei più deboli, uomini e donne.

Dove: dappertutto.