Secondo varie indiscrezioni entro la fine dell'anno potrebbe essere possibile anche per le donne guidare in Arabia Saudita senza essere arrestate.
Non che ora non lo facciano (illegalmente), ma a quanto pare i tempi cambiano e il nuovo sovrano del paese ha fama di riformista.
Gia' nel 1990, in occasione della Guerra del Golfo, 47 donne si erano messe al volante guidando a Riyadh, la capitale del pease. Fu un atto molto pubblicizzato, principalmemte perche' la citta' era piena di giornalisti stranieri.
Pero' le donne vennero arrestate, i loro nomi e numeri di telefono resi pubblici ed alcune ricevettero minacce di morte.
Tra le ragioni di un possibile cambiamento c'e' anche il fatto che parecchie donne sono single o divorziate e quindi non possono dipendere costantemente da un uomo che le scarrozzi, ne' possono prendere i taxi, cosa che viene considerata da alcuni come rischiosa.
Il fatto che non in tutti i paesi a maggioranza islamica le donne non possano guidare, dimostra ancora una volta come- in tutte le religioni - l'interpretazione dei testi sacri e delle norme che regolano la societa' possano essere estremamente varie.
La notizia e' stata riportata da The National pochi giorni fa.
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lunedì 21 luglio 2008
lunedì 30 giugno 2008
Femminismo Vintage: Begum Rokeya Sakhawat Hossain (1880- 1932) e le utopie femministe

Foto courtesy of Wikipedia
Rokeya Sakhawat Hossain era una femminista indiana musulmana che fu estremamente attiva nella difesa dei diritti delle donne indiane. All’inizio del 1900 istituì la Sakhawat Memorial Girls' School riservata a ragazze musulmane. L’istruzione delle donne musulmane a quei tempi era particolarmente ostacolata dalla diffusa pratica del purdah, che proibiva alle donne musulmane (e non) di mostrarsi ad uomini estranei al circolo familiare. Dunque il purdah doveva essere strettamente osservato non solo a scuola, ma anche nel trasporto da casa a scuola, creando una serie notevole di difficoltà che sfavoriva la frequentazione scolastica. Rokeya Hassan lottò strenuamente per garantire una buona istruzione alle ragazze musulmane, affermando strategicamente che una donna ha bisogno di essere istruita in modo da poter essere una migliore musulmana.
Rokeya Hossain è conosciuta soprattutto per la sua utopia “Sultana’s Dream”, pubblicata nel 1905. In questa opera vi è una completa inversione dei ruoli, per cui gli uomini sono osservano il purdah e sono confinati a casa, mentre le donne governano il mondo. Rokeya era infatti molto critica nei confronti del purdah. L’intero testo dell’opera si trova qui
Quello che mi pare interessante è che sebbene a tratti io sogni un mondo dove gli uomini scontano secoli di vantaggi spesso immeritati,l’utopia di Rokeya è un po’ fascista, perchè non punta all’eguaglianza e ad una spartizione equa del potere, ma semplicemente fa sì che oppresso e oppressore si scambino i ruoli. Io credo invece che il femminismo non debba puntare a farla pagare agli uomini, ma debba invece cercare di creare una società egalitaria. Se poi nel processo una si piglia anche qualche bella soddisfazione...
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mercoledì 25 giugno 2008
Obama ed il velo maledetto (partecipazione straordinaria di Cat Stevens)

È di pochi giorni fa la notizia secondo cui due volontari per la campagna di Obama hanno impedito ad alcune donne coperte dal velo di posare con lui in una foto ufficiale. Ovviamente si sono poi tutti prontamente scusati. Putroppo però la decisione, per quanto fuori luogo è il chiaro esempio dell’isteria collettiva che ancora circonda hijab, burqa, etc. che sono diventati un vero feticcio, nel senso di "oggetto di un' ossessione". Nell’immaginario collettivo la donna velata non solo richiama l’idea di oppressione, ma il velo diventa il simbolo unico di tale oppressione, dove tutte le ansie e paure vengono concentrate, distraendoci dal soffermarci su altri problemi. Inoltre, una visione così semplificata cristallizza le donne velate in una posizione subordinata e passiva, di eterna vittima.
Essere una vittima (o dichiararsi come tale) può rappresentare una buona strategia, nel male, come quando Bush si preoccupò improvvisamente per le povere donne afghane coperte dal burqa, o nel bene, come quando Emma Bonino utilizzò le stesse immagini per mobilitare l’opinione pubblica contro il regime dei Talebani.
Cosa rappresenta allora il velo? Se spostiamo la prospettiva e studiamo cosa rappresenta per chi lo indossa, si vede che la questione è molto piú complicata: in questo interessante articolo di Azadeh Namakydoust apparso anni fa su si capisce chiaramente che il velo può non solo essere adottato spontaneamente come strumento politico - nel caso dell'Iran nel 1979 come atto di protesta contro lo Sha - ma rappresenta anche un elemento di comfort.
Essere una vittima (o dichiararsi come tale) può rappresentare una buona strategia, nel male, come quando Bush si preoccupò improvvisamente per le povere donne afghane coperte dal burqa, o nel bene, come quando Emma Bonino utilizzò le stesse immagini per mobilitare l’opinione pubblica contro il regime dei Talebani.
Cosa rappresenta allora il velo? Se spostiamo la prospettiva e studiamo cosa rappresenta per chi lo indossa, si vede che la questione è molto piú complicata: in questo interessante articolo di Azadeh Namakydoust apparso anni fa su si capisce chiaramente che il velo può non solo essere adottato spontaneamente come strumento politico - nel caso dell'Iran nel 1979 come atto di protesta contro lo Sha - ma rappresenta anche un elemento di comfort.
Secondo Namakyodust infatti: "For many women wearing the veil represented tradition, honor, femininity, and some times even comfort; hence most women, along with their husbands, passionately opposed the royal decree (decreto che proibiva alle donne di portare il velo). Some women refused to leave their houses for months, some others ventured out into the streets in full cover and risked being beaten and having the veil violently pulled off of their heads. "
Dunque il velo può essere anche una scelta fatta in assoluta libertà, à la Cat Stevens che cantava:
You can do what you want
The opportunity is on
And if you can find a new way
You can do it today
You can make it all true
And you can make it undo
You see ah ah ah
Its easy ah ah ah
You only need to know
oppure può essere una scelta fatta come conseguenza di più o meno pesanti condizionamenti. Ma al di là della questione scelta/obbligo un'unlteriore domanda che ci si deve porre è se portare il velo in tutte le sue forme fa di una donna una cittadina di serie B e la discrimina non solo nella sfera privata, ma anche nella sfera pubblica, vis à vis gli altri cittadini. E senza andare molto lontano, in Turchia si sta discutendo in modo decisamente acceso sull’opportunità di lasciare frequentare l’università a donne che portano il velo. Oltretutto, il femminismo occidentale (che è solo un' incarnazione del femminismo tra tante) tende spesso a promuovere la semplice equazione: donna velata=oppressa e donna senza velo=liberata, adottando cosi' un atteggiamento decisamente paternalistico.
Per saperne di piu':
risorse in Inglese: "Do Muslim Women Really Need Saving? Anthropological Reflections on Cultural Relativism and Its Others" di Lila Abu Lughod
"Feminist Theory, Embodiment and the Docile Agent" di S. Mahmood, disponibile qui
Fatima Mernissi qui
Orientalismo di Edward Said
Oltre il Velo di Leila Ahmed
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