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lunedì 23 novembre 2009

Di' di no



da:www.saynotoviolence.org


Mercoledi' sara' la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Qualche dato per vedere a che punto stiamo:

Le Nazioni Unite stimano che una donna ogni tre nel mondo e' picchiata o abusata nel corso della sua vita, e che circa 4 milioni di donne e ragazze sono trafficate per prostituirsi, per venire sposate contro la propria volonta' o per schiavitu' vera e propria. 60 milioni di ragazze "mancano" per via di aborti selettivi, e infanticidi.

Inotre

- Il 29% delle donne in Canada riporta di aver subito abusi da familiari
- Nei Territori Occupati Palestinesi circa il 25% delle donne sono abusate fisicamente almeno una volta l'anno
- In Ucraina gli abusi sulle donne sono causa di un totale di 100 000 giorni di ospitalizzazione ogni anno
- In Bangladesh il 50% di tutti i delitti e'costituito da uxoricidi (omicidio di mogli da parte dei mariti)
- Lo stupro e' ormai ovunque una vera e propria arma di guerra, in Congo, per esempio, i dati suggeriscono che lle donne stuprate siano state 200 000, in Rwanda le valutazioni oscillavano tra 250 000 e 500 000

Pero', le donne non sono solo vittime abusate, picchiate e trafficate. Ovunque i loro diritti sono calpestati, ma ovunque resistono:

le ex Comfort Women a distanza di 60 anni continuano a lottare per ricevere le scuse officiali del governo giapponese,

Eve Ensler ci ricorda che cio' che abbiamo tra le cosce non e' necessariamente la nostra dannazione,

Say No to Violence mostra gli sforzi fatti per combattere la violenza contro le donne,

finalmente vi sono organizzazioni di uomini che si uniscono alle donne per combattere quella che si' al contrario di altre, e' una vera e propria pandemia.

martedì 10 novembre 2009

La Madonna e' Trans (ed e' discriminata)



Mentre qui  ci si scanna per il crocifisso, in Spagna COGAM, collettivo di Madrid, ha realizzato un calendario per il 2010 a sfondo religioso dove la Vergine Maria e' rappresentata da una attivista trans, Carla Antonelli.

L'autrice del post di Bitch Magazine da cui ho preso la notizia segnala il fattore sovversivo legato alla  rappresentazione di  immagini sacre da parte di persone transgender. Le immagini hanno ovviamente scatenato polemiche: e' sovversivo o offensivo? Era necessario usare delle pose sexy in un ambito religioso? Si ritorcera' contro la comunita' trangender?

Al di la' delle polemiche, l'autrice sottolinea la necessita' per le femministe di vedere transgender, drag queens e tutti coloro che non si riconoscono nella tradizionale dicotomia maschio/femmina come alleati e non come entita' ambigue, "finte donne" da cui prendere le distanze

Del calendario parla anche queerblog.it. qui

Su un'altra nota, la Equality and Human Rights Commmission ha pubblicato il Rapporto "Trans Research Review" sulle discriminazioni subite da persone trans in Gran Bretagna: secondo il report, il 73% delle persone intervistate ha subito almeno una volta molestie di vario tipo.

Nell'Europa dei 27, la situazione non e' molto diversa: secondo un rapporto pubblicato nel 2008 sull'omofobia e discriminazione basate sull'orientamento sessuale, non solo a livello europeo ci sono "buchi"  nelle legislature nazionali per quanto riguarda i diritti delle persone  trangender, ma secondo quanto dichiarato da Thomas Hammerberger commissario per i diritti umani del Consiglio d' Europa: a "There is hardly any area where discrimination does not take place" e che "[la discriminazione] comincia con le condizioni sociali e legali che vengono imposte per cambiare genere. In molti paesi, c'e' l'obbligo di intraprendere una terapia ormonale, o un'operazione chirurgica per ottenere un riconoscimento ufficiale di riassegnazione di genere. Solo in pochi stati, come Spagna, Ungheria e Gran Bretagna, questo requisito non esiste" (traduzione mia da qui).

A fronte di un forte pregiudizio contro le persone trans, il calendario potra' fare ben poco, ma l'inclusione di queste immagini in un prodotto mainstream come il calendario (e come la religione) possono rappresentare un piccolissimo passo avanti per affrontare e combattere i nostri stessi pregiudizi.

lunedì 2 novembre 2009

La metà

Il rapporto "A Woman's Nation"celebra il fatto che finalemente le donne americane rappresentano il 50% della forza lavoro negli States, affermando che la battaglia dei sessi e' finita. Tuttavia, messo via lo champagne e passata la sbornia, e' meglio guardare bene cosa c'e' dietro ai numeri. In teoria abbiamo una situazione di eguaglianza di genere (cioe' pari diritti e piena partecipazione di uomini e donne alla vita economica del paese), ma in pratica ne siamo ben lontani, sia negli USA e in Italia, dove le donne rappresentano il 46% della forza lavoro (una delle percentuali piu' basse d'Europa).

Come osserva Jen Nedeau su Change.org ,
negli USA il lavoro delle donne "viene via" a poco,in quanto una donna gudagna 77 cents per ogni dollaro guadagnato da un uomo, anche in Europa il gap nei salari e' ancora intorno al 15%, inoltre, le donne sono meno propense a chiedere aumenti salariali e restano a lungo in posizioni inferiori, dove sono meno pagate. Senza menzionare altre questioni che possono fare del lavoro delle donne una vera e propria corsa ad ostacoli, piu' che strumento di realizzazione personale, come per esempio difficolta' legate alla maternita', al part time, etc.

Lo stesso ritornello dell'aumentata partecipazione delle donne alla forza lavoro viene ripetuto per celebrare i successi della globalizzazione nel sud del mondo: vero e' che tante donne che in passato non avrebbero potuto mettere piede fuori di casa adesso lavorano e probabilmente traggono sostentamento e magari una certa soddisfazione dal proprio lavoro, ma se guardiamo bene che genere di lavoro le donne svolgono a livello globale, ed in quali condizioni, c'e' spesso da mettersi le mani nei capelli. Chandra Mohanty, nel suo saggio “Women Workers and the Politics of Solidarity”, osserva che “Third World” women’s work is also characterized by “ideas of flexibility, temporality, invisibility and domesticity” per cui il lavoro delle donne e' di fatto un bacino di lavoro sottopagato basato su una visione stereotipata di categorie come il genere e la razza.

Senza contare che, sebbene durante la Conferenza ONU sulle donne di Pechino, nel lontano 1995, i paesi componenti delle Nazioni Unite siano stati invitati a conteggiare nel prodotto interno lordo nazionale il lavoro domestico (produrre cibo, pulire, curare figli/e e anziani/e, etc.) svolto per lo piu' dalle donne e NON pagato benche' sia indispensabile per la ripruduzione della societa', siamo ancora lontani da una adeguata incorporazione nelle statistiche nazionali e da una valutazione monetaria di tale lavoro, che fa tra l'altro risparmiare parecchio agli stati nazionali.

Quindi, numeri a parte, sarebbe meglio riflettere su cosa cosa e' il lavoro delle donne e finalmente smettere in pratica il famoso gender mainstreaming guardare al genere, alle diverse esperienze di uomini e donne nel mondo del lavoro e cambiare il mondo del lavoro stesso, ridefinendolo in modo da renderlo un po' piu' accogliente e giusto per tutti.

mercoledì 28 ottobre 2009

Donne e sviluppo economico

Lunedi' e' stato presentata l'edizione 2009 della
World Survey on the Role of Women in Development (United Nation Division for the Advancement of Women) il cui tema e' il controllo delle donne sulle risorse economiche e sull'accesso alle risorse finanziarie, tra le quali la microfinanza.

Considerato che secondo dati delle Nazioni Unite le donne svolgono circa i due terzi del lavoro globale (pagato e non pagato) e che pero' ricevono solo un decimo del reddito globale e posseggono solo un centesimo della proprieta' (terra, ed altre risorse), si capisce come questo tema sia di fondamentale importanza.

Un punto fondamentale del report e' che " le politiche che rafforzano il controllo delle donne su risorse fondamentali hanno un impatto diretto sull'"empowerment" femminile e anche sui processi di sviluppo. Inserire queste politiche nell'ambito del diritti [umani], assicura che questo controllo [sulle risorse economiche] non sia lasciato alla discrezione ....dello stato, o delle fluttuazioni del mercato, ma sia un diritto dei cittadini" (traduzione mia da qui).


Quiun breve elenco dei punti fondamentali del report.

domenica 25 ottobre 2009

Matrimonio - tra personale, politico e femminismo



foto presa qui.

Kissinger un giorno disse che "Nobody will ever win the Battle of the Sexes. There's just too much fraternizing with the enemy". Sulla stessa linea, alcune femministe radicali americane, soprattutto negli anni 60 e 70, scrissero che essere lesbica era a quel punto una decisione politica. Nel frattempo, qualcosa e' cambiato: alla second wave si e' sosritutita una piu' morbida third wave che giustamente combatte il sistema patriarcale ma forse demonizza meno i singoli uomini, specie quelli che fanno parte della nostra vita, che magari sposiamo anche.

Ma come si presenta il connubio matrimonio e femminismo? Puo' una femminista sposarsi, magari anche in modo tradizionale, senza che le sue decisioni siano scrutinate pesantemente? Femminismo e matrimonio cozzano sempre? Onestamente, il dilemma me lo pongo anch'io nel mio piccolo: sposarmi mi renderebbe la vita molto piu' facile, ma d'altro canto mi secca che la fruizione di una serie di diritti scrosanti sia legate all'istitutione matrimonio, che nella maggior parte del mondo e' accessibile solo agli eterosessuali. Le battaglie delle "same-sex couples" per il matrimonio mi hanno sempre lasciate un po' perplessa, in quanto abolirei l'istituzione tout court a favore di altre forme "contrattuali", ma capisco anche che la mia e' una posizione privilegiata, e che il matrimonio gay ha una valenza importante, che certamente trasformerebbe l'istituzione stessa.

Tornando alle nostre femministe,Jessica Valenti blogger e scrittrice femminista americana, si e' sposata. Un matrimonio femminista, che rifletteva i valori della coppia: scambio di voti "progressista", donazioni ad organizzazioni che combattono per i diritti gay, il banchetto al matrimonio con cibi rigorosamente "local" etc. Ciliegina sulla torta (e arma mortale in mano ai critici della Valenti) la cerimonia viene seguita e documentata dalla mitica sezioni matrimoni"del NY Times della domenica. Il matrimonio e' diventato per alcuni critici la misura delle credenziali della Valenti, non "vera femminista". Tanto che lei ha risposto alle critiche con un post dal titolo decisamente eloquente:Well, I'm damn sure never getting married again rivendicando il fatto di non essere un "manifesto" del femminismo, ma una persona in carne ed ossa, che quindi prende le sue decisioni seguendo principi che non sono solo legati al suo essere una femminista. La sua risposta offre interessanti spunti per riflettere su privilegio e classe sociale nell'ambito del matrimonio.

A me pero' interessa di piu' l'articolo "Reflections on marriage" apparso su "The Nation" che offre instressanti spunti sull'istituzione matrimonio per determinati gruppi sociali, sottlinenado come il matrimonio sia proprio posizionato nell'intersezione tra personale e politico, e sostendo che "il matrimonio e' un diritto civile cruciale [per eterosessuali e non], ma non e' una panacea. Anche mentre lottiamo per il diritto al matrimonio per coppie dello stesso sesso, dobbiamo anche riflettere sul matrimonio stesso come istituzione sociale e politica... e lottare per i pari diritti e sicurezza di coloro che invece scelgono di non sposarsi".

Insomma, al di la' delle scelte individuali, la strada da percorrere e' ancora lunga.

giovedì 22 ottobre 2009

I 30 anni di CEDAW



La Convention on the Elimination of All Forms of Discrimination against Women (CEDAW) compie 30 anni. In questi anni e' stata ratificata da piu' di 186 stati, e tanto per cambiare, invece di parlare di cio' che non va, concentriamoci su alcune "success stories".

martedì 20 ottobre 2009

Quanto costa un aborto?

Secondo il Guttmacher Institute, nelle cosiddette nazioni "in via di sviluppo" curare le conseguenze degli aborti clandestini costa be 341 milioni di dollari. Gli autori dello studio sottolineano poi che "in totale, circa il 15, 25% delle donne che avrebbero bisogno di cure post aborto non accedono ai servizi sanitari, e se lo facessero, i costi raddoppierebbero" (traduzione mia).

Sulla stessa linea, il Guardian riporta che ogni anno muoiono circa 70 000 donne per le conseguenze di aborti clandestini in paesi che hanno regole restrittive sull'interruzione di gravidanza e che sono caratterizzati da una mancanza di accesso a metodi contraccettivi. In Africa Subsahariana il 24% delle donne sposate "soffre di "unmet need for contraception" Qui altri dati.

Ritornando alle nostre 70000 donne, e' come se sparisse ogni anno l'equivalente di una piccola cittadina italiana.

Qulche altra risorsa:

Unsafe Abortion: Why Money Might Matter

International Planned Parenthood

mercoledì 14 ottobre 2009

La mia mano per un water


Immagine presa qui

In India, la cui popolazione totale e' 1,065,070,607 persone, 665 milioni non hanno accesso alle latrine, con tutte le spiacevoli conseguenze del caso: malattie e mancanza di privacy, siccome bisogna trovare un posto tranquillo dove espletare i propri bisogni.
Una geniale campagna, iniziata pochi anni fa, ha avuto l'intuizione di collegare matrimonio e latrine, ed ha fatto si' che nello stato di Haryana nel nord del paese, siano state costruite 1.4 milioni di toilettes. Il legame e' semplice: un buon futuro marito, oltre ad avere tutta una serie di caratteristiche, e' colui che ti costruisce anche un bagno. No bagno, no matrimonio.

Secondo l'articolo "In India, New Seat of power for women" una prima campagna della Banca Mondiale che aveva provveduto alla costruzione di latrine ha avuto poco successo, siccome la popolazione locale finiva per utilizzare le toilettes come ripostigli.
Questo e' un classico esempio di come sia fondamentale intervenire sui comportamenti delle persone perche' si abbia effettivamente un cambiamento in abitudini ormai radicate.
Un simile approccio e' stato usato in varie campagne per promuovere l'abitudine di lavarsi le mani piu' spesso, insistendo praticolarmente sul tema del "disgusto" e dello sporco. Anche in questi casi le donne sono state attivamente coinvolte.

Nel caso dell'India, grazie ad una combinazione di fattori, tra i quali lo squilibrio tra uomini e donne in termini numerici (dovuto anche alla piaga degli aborti selettivi) per cui ci sono molti scapoli che vogliono accasarsi e relativamente poche donne, e grazie anche al miglior livello medio di istruzione femminile, lo slogan "No toilet, no bride", diffuso con una campagna capillare che non ha risparmiato neppure le soap operas, ha avuto un effetto positivo.

Persino a livello sociale gli effetti della costruzione di latrine possono essere importanti: alla casta degli intoccabili tocca in genere tutto cio' che ha a che fare con la pulizia di resti umani, e le latrine potrebbero far si' che sempre meno sia necessaria la loro opera.
Il responsabile di tale successo e' Mr. Pathak, che ha dichiarato: "I tell the government all the time: If India wants to be a superpower, first we need toilets. Maybe it will be our women who finally change that."

Insomma, donne "empowered" da un water, ci sta anche questo.

lunedì 12 ottobre 2009

La globalizzazione ci liberera'?

Forse si, forse non tutte. Anche se a me la parola globalizzazione evoca immediatamente visioni di cartelloni della C*ca C*la pure in mezzo alla foresta Amazzonica e spietate multinazionali, gli effetti del fenomeno piu' discusso del secolo possono essere inaspettamente liberatori.

Secondo Barbara Supp, autrice di "Quiet Revolution: Can Globalization help women out of Traditional Roles?" "La globalizzazione supera le barriere culturali e veicola immagini ed idee attraverso la televisione e internet: comporta l'espansione delle conoscenze, persone, beni, denaro e valori. Spesso contrasta arcaiche idee sociali che di fatto cementano l'ineguaglianza tra i sessi. La globalizzazione incoraggia le donne in Yemen a togliersi il velo, e da' alle donne europee potere economico."(Traduzione mia).

Naturalmente e' sempre bene chiedersi quali donne beneficiano e quali invece sono vittime della globalizzazione (e se levarsi il velo sia necessariamente un segnale di liberazione), ma di certo l'articolo esercita il suo fascino, raccontando di donne africane che rompono i ruoli di genere tradizionali e decidono di diventare meccanico, di ricche donne d'affari, di imprenditrici del cosiddetto "Terzo Mondo" che rivendicano piu' spazio e piu' potere.

Ma quali sono stati gli effetti della globalizzazione sulle donne? In generale sembra positivi, ma le donne sono ancora notevolmente svantaggiate: le statistiche danno un'immagine piuttosto fosca, specialmente per determinate parti del mondo.

Tuttavia, un risultato di questa sacrosanta attenzione sulle donne, sui loro problemi e sui loro successi quando vengono loro dati gli strumenti, ha aperto la strada ad un trend incentrato sulla "convenienza" dell'investire sulle donne, e sul circolo virtuoso che si innesca quando vengono dati loro strumenti minimi, come testimonia il peraltro bellissimo "The girl effect" o il discusso articolo "The Women's Crusade" apparso sul NY Times.



Mi sembra che nei dicorsi sul ritorno dell'investimento sulle donne, o sulle bambine, siano usate come risorse da sfruttare, e che si perda la questione fondamentale e politica dell'equita' e uguaglianza tra uomini e donne.

Mandare una bambina a scuola e' giusto prima che utile. Ed il problema non sono (solo) le bambine o le donne e la loro mancanza di istruzione, etc, il problema e' un sistema che privilegia sistematicamente gli uomini e che riproduce questa disuguaglianza.

Mi va benissimo che si raccolgano milioni di dollari a favore delle bambine, ma mi sta meno bene che si presti poca attenzione al perche' sono in questa situazione. la discriminazione non e' una cosa che succede cosi', e' qualcosa di costantemente riprodotto nelle societa' in cui viviamo e la responsabilita' del cambiamento e' di tutti, uomini e donne.

giovedì 17 settembre 2009

Nuova agenzia ONU

Finalmente e' stata approvata dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite la creazione di un'unica agenzia che si occupera' dei diritti delle donne. L'agenzia sara' probabilmente costituita a meta' del 2010.

Il segretario generale Ban Ki-moon ha dichiarato che: “An important step has been made in strengthening the United Nations’ work in the area of gender equality and empowerment of women, as well as in ensuring the effective delivery of its operational activities for development, which constitutes the other key components of the resolution”.

Attualmente ci sono 4 agenzie ONu che si occupano di donne: Unifem Unifem, DAW, Office of the Special Adviser on Gender Issues e UN-Instraw.

sabato 19 luglio 2008

Today you will understand: voci dall’Uganda

Da anni il nord dell’Uganda è devastato da una guerra civile sanguinosa, definita tempo fa da un Lord's Resistance Army (LRA), esercito di ribelli fondato nel 1987, combatte contro il governo ugandese per sostituire all’attuale governo uno stato teocratico basato sui dieci comandamenti.
Infatti, il leader del movimento di ribelli,Joseph Kony si presenta al mondo come portavoce di Dio. Evidentemente “non uccidere” è stato recentemente defalcato dalla lista di comandamenti, in quanto la Lord’s Resistance Army è responsabile di massacri terribili, in particolari contro la popolazione Acholi


Joseph Kony - Foto presa da Wikipedia


Si stima che in venti anni di conflitto ci siano state più di 20.000 vittime: bambini vengono rapiti e usati come soldati (spesso ricevono l’ordine di uccidere i propri genitori) e ancora una volta, lo stupro è utilizzato con notevole “generosita”.

IRIN news si occupa del conflitto in Nord Uganda ed particolare della piaga di donne rese schiave, imprigionate e stuprate dall'esercito dei ribelli, con vari progetti che hanno come obiettivo la diffusione delle loro testimonianze. Sono voci di donne che superano la vergogna ed il dolore per denunciare al resto del mondo quello che gli viene fatto, nella speranza che qualcuno ascolti e che "today you will understand".



Foto di Getty Images: presa qui

Qui il report: Today you will understand ed ecco il link alle numerose risorse sull'Uganda sul sito di IRIN.

Altre risorse:

Save the Children in Uganda

Risorse sul conflitto in Uganda in Italiano:

Peacereporters

Conflitti dimenticati

lunedì 14 luglio 2008

Femminismo Vintage: Betty Friedan, carriera e famiglia



Oggi un vero grande classico, infatti Betty Friedan sta alla storia del femminismo statunitense (e non solo) come il soufflé au fromage sta alla tradizione culinaria francese.
Betty Naomi Goldstein in Friedman (1921 – 2006) fu l’attivista statunitense che diede di fatto dato inizio alla second wave del femminismo. Di famiglia benestante, studiò allo Smith College e si laureò in psicologia. All’inizio della sua carriera lavorò come giornalista, scrivendo soprattutto per giornali di sinistra e per pubblicazioni di sindacati.
Nel 1957 decise di tornare alla psicologia e di condurre uno studio sulla vita post college di alcune laureate dello Smith College, indagando soprattutto il grado di soddisfazione nelle loro vite. Da questa ricerca scaturì l’opera per cui Betty Friedan è diventata famosa: the Femminine Mystique (1963) che si trova anche in Italiano: La Mistica della Femminilità.



La parte probabilmente più nota dell’opera intera è quella intitolata “The Problem that has No Name”, dove la Friedan analizza il malessere delle donna media statunitense, che è madre, moglie e angelo del focolare – tutto ciò a cui una donna sana di mente può aspirare secondo la società dei tempi - ma che alla fine è turbata da un sentimento di costante insoddisfazione: il problema che non ha nome. L’opera è ovviamente datata e fa riferimento alla personale e parziale esperienza della Friedman, una donna bianca benestante che vive negli Stati Uniti negli anni cinquanta e sessanta. Infatti una delle maggiori critiche della Feminine Mystique proviene da bell hooks che sostenne che la Friedan rende universale un’esperienza che è invece limitata ad un gruppo privilegiato di donne.

Per esempio la maggioranza delle donne afroamericane, per via del minore status sociale, lavoravano tutte o quasi fuori casa. Inoltre hooks osserva che: “[she] did not discuss who would be called in to take care of the children and maintain the home if more women like herself were freed from their house labor and given equal access with white men to the professions.” (bell hooks, Feminist Theory: From Margin to Center)
Betty Friedan fa riferimento ad un ambiente sociale dove effettivamente ci si aspettava da tutte le donne che impersonassero il ruolo della casalinga soddisfatta, felice di sfornare torte e di aspettare il marito. E, come afferma la Friedan: “If a woman had a problem in the 1950’s and 1960’s, she knew that something must be wrong with her marriage and with herself” (p. 19). Il malessere aumenta in un crescendo, finché si conduce una vita di quieta disperazione.
L’autrice conclude poi il capitolo affermando: “[w]e can longer ignore that voice within women that says: I want something more than my husband and my children and my home” (p.32)

L’impatto dell’opera è stato fenomenale. Per la prima volta si esploravano i limiti ed i costi in termini di disagio psicologico di quello che era fino ad allora considerato come il ruolo femminile per eccellenza e molte donne non solo si riconobbero nelle esperienze descritte dalla Friedan, ma passarono anche all’azione, cercando lavoro fuori di casa ed impegnandosi attivamente nel movimento femminista.

La Friedan fondò poi nel 1966 NOW National Association for Women, ai tempi la più grande organizzazione femminista statunitense. Con NOW la Friedan condusse battaglie soprattutto per promuovere le pari opportunità sul posto di lavoro, la creazione di servizi per l’infanzia, etc.
Parecchie decadi dopo il problema che non ha nome, dopo la tanto sospirata “emancipazione” crediamo giustamente di avere diritto a tutto: famiglia, carriera etc, anche se il sistema sociale – almeno in Italia - è rimasto decisamente indietro, non riuscendo a schiodarsi dall’unico ideale della donna angelo del focolare.

Ma io mi chiedo, essendo in un’età cruciale per eventualmente decidere di avere o non avere una famiglia e di investire o meno in una carriera: quanta strada abbiamo davvero fatto? Siamo più felici, siamo più soddisfatte? Il problema che non ha nome è scomparso o esiste ancora, sotto altre “identità”? Siamo davvero nella condizione di fare quello che desideriamo o solo nella condizione di fare di più?

Alcune risorse:

Young Feminists Take on Work, Family, and the Meaning of Success

Betty Friedan and the Radical Past of Liberal Feminism di Joanne Boucher


Il Paese delle donne su Betty Friedan

Immagini prese su Wikipedia

domenica 13 luglio 2008

Microfemminismo: riassegnazione di sesso? Paga lo stato!

Una buona notizia, una volta tanto.
Dopo avere fatto ricorso alla Corte Europea dei Diritti Umani, una donna lituana di 30 anni ha ottenuto dal governo del proprio paese 40.000 euro da spendere per un'operazione di riassegnazione di sesso. Infatti secondo la Corte ha decretato che la Lituania avrebbe dovuto finalmente promulgare una legge sulla riassegnazione di genere o pagare l'operazione.

Qui la notizia, apparsa su Baltic Times.

Risorse in Italiano sui diritti delle persone Transgender

Risorse in Inglese sui diritti delle persone Transgender